Uno studio dell’Università di Granada ripercorre i club sociali della cannabis in Spagna, dall’attivismo degli anni ’90 al declino giudiziario, per Málaga.
Uno studio dell’Università di Granada ricostruisce il modo in cui il movimento dei club sociali della cannabis in Spagna è arrivato a contare tra 800 e 1.000 associazioni alla fine degli anni 2010, prima che la Corte Suprema e la Corte costituzionale spagnole chiudessero progressivamente lo spazio giuridico che lo aveva reso possibile. Per i lettori di Málaga e dell’intera provincia, questa storia è importante perché i club sociali della cannabis in Spagna sono associazioni private, riservate ai membri e senza scopo di lucro: non sono negozi, dispensari o locali destinati ai turisti. Lo studio, presentato in un’analisi dell’ascesa e del declino dei club sociali della cannabis in Spagna, descrive il movimento come un processo politico controverso, plasmato da attivisti, istituzioni regionali, pubblici ministeri e giudici, più che come una semplice legalizzazione nazionale.
Un movimento costruito nelle zone grigie del diritto spagnolo
Lo studio di Arturo Álvarez Roldán, Iván Parra e Juan F. Gamella, del dipartimento di antropologia sociale dell’Università di Granada, esamina il movimento dei club sociali attraverso una prospettiva socio-giuridica e di politica pubblica. Le sue fonti comprendono la letteratura accademica, documenti prodotti dagli attivisti della cannabis, dibattiti legislativi e un corpus giudiziario di 289 decisioni emesse tra il 1997 e il 2025.
Gli autori descrivono i club sociali della cannabis come associazioni emerse negli anni 1990 tra persone alla ricerca di un’alternativa collettiva e senza scopo di lucro al mercato illecito. Il modello organizzativo dichiarato si basava sull’autocoltivazione collettiva per un gruppo chiuso di membri. La distinzione era importante: il diritto spagnolo non aveva creato per queste associazioni un normale mercato al dettaglio, e il modello dipendeva dalla separazione tra un’attività privata e condivisa e il traffico o la fornitura commerciale.
L’espansione del movimento fu più forte a partire dal 2012, in particolare in Catalogna e nei Paesi Baschi. Alla fine degli anni 2010, il totale nazionale aveva raggiunto un livello molto superiore a quello delle piccole associazioni che nel decennio precedente avevano messo alla prova i confini del diritto spagnolo. Le cifre più significative dello studio sono:
Queste cifre descrivono l’ascesa, non un totale nazionale attuale. La fonte non fornisce un conteggio finale che mostri quante associazioni siano rimaste dopo che i tribunali hanno ristretto lo spazio giuridico. In questo senso, il declino individuato dai ricercatori è soprattutto un declino dello spazio legale e istituzionale disponibile per il modello, non la prova che ogni club sia scomparso nello stesso momento.
Lo sviluppo del movimento può essere illustrato attraverso il tipo di documentazione utilizzata dai ricercatori:

Dalla riforma del Codice penale del 1983 alla dottrina del consumo condiviso
Le radici del modello dei club si trovano nei cambiamenti apportati al quadro del diritto penale spagnolo negli anni 1980. La riforma del Codice penale spagnolo del 1983 distingueva la cannabis dalle sostanze considerate più gravi e lasciava il consumo fuori dall’ambito della punizione penale, continuando però a punire il traffico e l’agevolazione dell’uso. Questa combinazione creò uno spazio nel quale il consumo personale veniva trattato diversamente dalla fornitura, ma il confine tra i due non era sempre chiaro.
Associazioni come ARSEC a Barcellona utilizzarono la coltivazione collettiva per mettere alla prova questa incertezza. Gli anni 1990 produssero condanne e assoluzioni contraddittorie, ma i tribunali svilupparono gradualmente la dottrina del consumo condiviso. In termini generali, tale dottrina distingueva il traffico dalla fornitura senza scopo di lucro a un gruppo chiuso di persone che già consumavano. Non equivaleva a una semplice autorizzazione legislativa per i club, e la sua applicazione dipendeva in larga misura dai fatti dei singoli casi.
Le principali tappe di questo processo furono:
Questa cronologia spiega perché il movimento fosse vulnerabile fin dall’inizio. La sua esistenza dipendeva dall’interpretazione dei principi generali del diritto penale, dai confini fattuali del consumo condiviso e dalla disponibilità delle diverse autorità a tollerare o a confrontarsi con le associazioni. Non fu mai semplicemente il risultato di un’unica legge nazionale che istituisse una filiera regolamentata di punti vendita al dettaglio.
Catalogna e Paesi Baschi hanno seguito percorsi diversi
Lo studio colloca i Paesi Baschi e la Catalogna al centro dell’espansione del movimento, ma non li considera casi identici. Il modello basco si sviluppò nell’arco di un periodo più lungo, tra il 2002 e il 2011, mentre le associazioni adattavano le proprie strutture all’evoluzione della giurisprudenza. In Catalogna, soprattutto a Barcellona, la crescita accelerò bruscamente dopo il 2012 e portò rapidamente a un numero molto maggiore di associazioni registrate.
Il contrasto può essere riassunto come segue:
| Dimensione | Paesi Baschi | Catalogna | Fonte |
|---|---|---|---|
| Principale periodo descritto | 2002–2011 | Dal 2012, con una crescita marcata nel 2013–2014 | Studio sull’ascesa e il declino dei club sociali della cannabis in Spagna |
| Sviluppo organizzativo | Gruppi più piccoli furono utilizzati per adattarsi alla giurisprudenza | Barcellona divenne il centro della rapida crescita delle associazioni | Studio sull’ascesa e il declino dei club sociali della cannabis in Spagna |
L’esperienza basca comportò anche un rapporto più improntato al dialogo con le istituzioni pubbliche. Secondo lo studio, le istituzioni basche finanziarono la ricerca e facilitarono il dibattito pubblico, contribuendo a creare quelle che gli autori definiscono zone temporanee di tolleranza. Ciò non risolse la questione giuridica nazionale, ma offrì alle associazioni maggiore spazio per organizzarsi e spiegare il proprio modello.
L’infrastruttura interna del movimento si sviluppò parallelamente a questo coinvolgimento istituzionale. La Federazione delle associazioni della cannabis, creata nel 2003, coordinò le strategie legali e incoraggiò l’autoregolamentazione. Il codice ENCOD del 2011 formalizzò poi principi che gli attivisti volevano fossero seguiti dai club europei. I principi descritti nella fonte comprendevano:
- Una struttura associativa senza scopo di lucro, invece di un modello commerciale di vendita al dettaglio.
- L’autocoltivazione collettiva collegata a un gruppo chiuso di membri.
- Una distinzione tra consumo condiviso e traffico.
- Principi di riduzione del danno come parte dell’autoregolamentazione proposta dal movimento.
- Pratiche organizzative pensate per rispondere alle decisioni dei tribunali e ai loro limiti.
L’espansione della Catalogna mise in luce i limiti di questo approccio. La fonte afferma che la Catalogna superò di gran lunga i Paesi Baschi quanto ad associazioni registrate ogni 100.000 abitanti. Il rapido aumento rese i club più visibili alle autorità locali, ai pubblici ministeri e ai tribunali, intensificando al contempo la questione se un modello sviluppato per piccoli gruppi chiusi potesse sostenere centinaia di associazioni senza diventare indistinguibile dalla fornitura commerciale.
Perché i tribunali spagnoli hanno ristretto lo spazio dei club sociali
Il risultato centrale non è che i tribunali spagnoli abbiano cambiato improvvisamente una regola chiara. Piuttosto, lo studio descrive un processo nel quale attivisti, autorità delle comunità autonome, pubblici ministeri e giudici produssero insieme un ambiente giuridico ambiguo. Quell’ambiente permise alle associazioni di crescere per un certo periodo, ma lasciò anche il modello esposto a successive reinterpretazioni giudiziarie.
La questione decisiva era la distanza tra la dottrina originaria del consumo condiviso e le dimensioni e il funzionamento di alcune associazioni successive. Un gruppo privato che coltivava collettivamente per i propri membri veniva presentato in modo diverso da un’organizzazione che sembrava facilitare l’accesso a un pubblico ampio o variabile. La Corte Suprema spagnola respinse progressivamente le interpretazioni che avrebbero potuto estendere eccessivamente il ragionamento sul consumo condiviso, mentre anche la Corte costituzionale contribuì alla chiusura dello spazio giuridico.
La distinzione al centro del caso può essere espressa in modo semplice:
Lo spazio giuridico fu creato attraverso una governance controversa e venne poi progressivamente chiuso dalle più alte corti spagnole.
Sintesi del risultato centrale dello studio dell’Università di Granada
Diversi confini plasmarono quindi il destino del modello:
- Nella riforma del 1983, il consumo non veniva trattato allo stesso modo del traffico.
- La dottrina del consumo condiviso riguardava un gruppo chiuso, non un mercato pubblico aperto.
- L’organizzazione senza scopo di lucro era un principio distintivo del modello dei club.
- Lo studio descrive l’autocoltivazione collettiva come un’alternativa al mercato illecito, non come una generale autorizzazione alla vendita al dettaglio.
- Le decisioni giudiziarie successive restrinsero le interpretazioni sulle quali le associazioni avevano fatto affidamento.
Ecco perché è necessario usare con cautela la parola declino. La ricerca fornita non stabilisce una singola data nella quale tutti i club spagnoli abbiano cessato di operare, né offre un conteggio nazionale attuale. Documenta la progressiva chiusura dello spazio giuridico e politico che aveva reso possibile l’espansione.
Il materiale giudiziario esaminato dai ricercatori è rappresentato da un archivio di carattere marcatamente legale:

Cosa significa la storia per Málaga
Per i residenti di Málaga e per i visitatori internazionali, la lezione più immediata riguarda la differenza tra un club sociale e un’attività commerciale di cannabis rivolta al pubblico. A Málaga, come nel resto della Spagna, un club sociale della cannabis è un’associazione privata, riservata ai membri e senza scopo di lucro, nell’ambito del quadro spagnolo descritto sopra. Non è un negozio né un dispensario, non è aperto al pubblico e viaggiare a Málaga o in un’altra parte della Spagna non crea di per sé un diritto di accesso.
L’adesione è una questione giuridica privata, decisa da ciascuna associazione. La storia del movimento non stabilisce un’idoneità automatica per i visitatori, e lo studio non fornisce un conteggio attuale per la città di Málaga o per la provincia di Málaga. Sarebbe quindi fuorviante dedurre un numero locale o un esito giuridico locale dalle sole cifre nazionali.
Rapporti separati sulle attività di contrasto in Spagna mostrano perché questi confini siano importanti. Un rapporto sugli arresti a Dénia riferiva di accuse secondo cui un’associazione sarebbe stata utilizzata per vendere a non membri, compresi visitatori stranieri. Un altro rapporto su un club di Carmona descriveva una chiusura cautelare dopo che le autorità avevano individuato gravi carenze e cannabis la cui provenienza non era stata accreditata. Si tratta di rapporti su specifiche condotte contestate, non della prova che ogni associazione segua lo stesso schema, ma mostrano la differenza tra il modello privato descritto dai ricercatori e un’attività considerata dalle autorità commerciale o illecita.
Il caso di Dénia è stato riferito come un’operazione che avrebbe comportato sei arresti in un rapporto sullo smantellamento di un club della cannabis. La chiusura di Carmona è stata descritta separatamente in un rapporto sulle presunte carenze del club e sulla cannabis di provenienza non accreditata. Nessuno dei due rapporti fornisce elementi su una specifica associazione di Málaga.
I limiti pratici per i lettori di Málaga sono quindi chiari:
- Il picco nazionale di 800–1.000 associazioni appartiene alla fine degli anni 2010, non necessariamente al presente.
- Lo studio dell’Università di Granada non fornisce un conteggio attuale dei club di Málaga o della provincia di Málaga.
- Il declino guidato dai tribunali riguarda lo spazio giuridico che sostiene il modello; non fornisce un semplice totale nazionale delle chiusure.
- I rapporti su presunte attività commerciali da parte di singole associazioni non devono essere generalizzati a ogni club privato.
L’eredità del modello controverso dei club in Spagna
L’ascesa dei club sociali della cannabis in Spagna fu il prodotto di una combinazione particolare: una distinzione nel Codice penale tra consumo e traffico, questioni irrisolte sull’autocoltivazione collettiva, gli sforzi degli attivisti per mettere alla prova la legge, differenze regionali e un periodo di tolleranza istituzionale. Il declino arrivò quando lo stesso assetto fu sottoposto a un controllo giudiziario più rigoroso e la Corte Suprema e la Corte costituzionale respinsero interpretazioni più ampie della zona grigia giuridica.
Questa storia è particolarmente rilevante in un Paese decentralizzato. Le autorità regionali potevano influenzare il clima politico, sostenere la ricerca o aprire il dibattito pubblico, ma non potevano definire in modo permanente i confini del diritto penale applicati dai tribunali nazionali spagnoli. L’esperienza basca mostrò come il dialogo e l’autoregolamentazione potessero creare spazio per le associazioni. La rapida espansione della Catalogna mostrò quanto velocemente quello spazio potesse diventare oggetto di contestazione.
Lo studio lascia anche una questione politica più ampia. Se i club originari furono creati come alternativa basata sulla comunità al mercato illecito, allora la vulnerabilità giuridica del movimento derivò in parte dall’assenza di un quadro legislativo chiaro e uniforme. Associazioni, governi regionali, pubblici ministeri e tribunali dovettero definire i confini attraverso la prassi e il contenzioso. Questo rese il modello abbastanza flessibile da espandersi, ma anche abbastanza instabile da contrarsi.
Per i lettori che cercano una risposta semplice sul modello, i fatti disponibili consentono di affermare quanto segue:
Domande sulla storia dei club sociali della cannabis in Spagna
I club sociali della cannabis furono creati da un’unica legge spagnola di legalizzazione?
No. Lo studio descrive il loro sviluppo come un processo controverso, costruito attorno alle distinzioni del diritto penale, alla dottrina dei tribunali, alle strategie degli attivisti e a una governance decentralizzata, non come il risultato di una semplice legge nazionale che istituisse club per la vendita al dettaglio.
Quanti club aveva la Spagna?
Lo studio afferma che la Spagna arrivò a contare tra 800 e 1.000 club alla fine degli anni 2010. Non fornisce un totale nazionale attuale dopo il progressivo restringimento dello spazio giuridico.
Che cosa distingueva un club sociale da un negozio?
Il modello descritto dallo studio era privato, riservato ai membri, senza scopo di lucro e basato sull’autocoltivazione collettiva per un gruppo chiuso. Non era un sistema di vendita al dettaglio aperto al pubblico.
Essere visitatori di Málaga può dare accesso a un club?
No, dal fatto di trovarsi a Málaga o in Spagna non deriva alcun accesso turistico generale. L’adesione è una questione privata, decisa da ciascuna associazione, e i club non sono aperti al pubblico come negozi o dispensari.
Perché il movimento è declinato?
La Corte Suprema e la Corte costituzionale spagnole hanno progressivamente chiuso lo spazio giuridico creato dalle interpretazioni precedenti del consumo condiviso e dell’autocoltivazione collettiva. La ricerca descrive un declino legale e istituzionale, non una singola data nazionale di chiusura.
La storia dei club sociali della cannabis in Spagna va quindi compresa al meglio come un ciclo di sperimentazione, espansione e restrizione giudiziaria. Per Málaga, la sua importanza risiede meno nell’importare un conteggio nazionale dei club che nel comprendere i limiti del modello associativo privato e la persistente importanza dei confini del diritto penale spagnolo.
Il movimento dei club sociali della cannabis in Spagna è cresciuto perché gli attivisti e le istituzioni regionali trovarono spazio all’interno di un quadro giuridico incerto, per poi declinare quando le più alte corti spagnole lo restrinsero. Questa esperienza resta rilevante a Málaga perché mostra perché l’adesione privata, l’organizzazione senza scopo di lucro e i principi del gruppo chiuso non possano essere considerati equivalenti all’accesso alla vendita al dettaglio aperta al pubblico. Mostra inoltre perché le supposizioni locali vadano verificate alla luce del quadro nazionale del diritto penale spagnolo, anziché degli anni del picco del movimento.
Fonti
- Reducir daños del basuco exige enfrentar también la violencia (canamo.net)
- Irlanda busca destrabar el cáñamo industrial tras cultivar solo 11 hectáreas (canamo.net)
- Medio siglo de rebeldía jornalera en Andalucía: el SOC celebra este mes su 50 aniversario en Marinaleda (eldiario.es)
- La operación salida de agosto deja atrás a muchas personas mayores: "Es la época más dura para su soledad" (eldiario.es)
- Metro de Málaga crece casi el 3% y roza los 10 millones de viajeros en el primer semestre (diariosur.es)
- Fin de semana de contrastes: taró el sábado y terral el domingo en Málaga (diariosur.es)
- Seis detenidos por usar un club cannábico como tapadera en Dénia para vender droga a extranjeros (lamarina.eldiario.es)
- Precintada una asociación cannábica en Corralejo tras incumplir una orden de clausura temporal (radioinsular.es)
- La Policía Nacional detiene al responsable de una asociación cannábica por un delito de tráfico de drogas (antenadecanarias.com)
- Clausuran un club de cannabis en Carmona por graves deficiencias y droga sin origen acreditado (diarioavanza.es)



